Sotto il Campanile 1 dicembre 2019

Pubblicato giorno 1 dicembre 2019 - NOTIZIARIO

 

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II Domenica di Avvento 01 Dicembre 2019 –

Foglio n. 89 Ai poveri è annunciato il Vangelo

“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” ( Mt 11, 3).

È la domanda che i discepoli di Giovanni Battista rivolgono a Gesù. Dalle voci, che lo raggiungono in carcere, stenta a riconoscere in lui il Messia che ha atteso e annunciato. È troppo diverso da Colui che avrebbe dovuto ristabilire la giustizia di Dio con forza e potenza. Gli sembra un “Messia al contrario”. Giovanni vuole conoscere la verità. Gesù risponde rimandando alle sue opere. “Le azioni, che compio, parlano di me. Apri gli occhi, guarda com’è cambiata la vita di chi mi ha incontrato: gli zoppi camminano, i ciechi vedono, gli infelici sono consolati”. Gesù cita Isaia, aggiungendo una parola nuova: “Beato colui che non si scandalizza di me”.

È la beatitudine per chi “non inciampa” nel suo messaggio. Non si spaventa per lo “scandalo” della misericordia. Tutti, anche i peccatori, sono oggetto dell’amore di Dio. Egli compie le sue promesse in un uomo, che si fa carico dei bisogni dei fratelli – soprattutto degli umili e degli esclusi – fino a soddisfarli in modo sovrabbondante. La strada che Gesù indica vale per ogni discepolo, chiamato a porre nella storia i segni della presenza di Dio, che si fa prossimo, si prende cura dell’uomo, se lo carica sulle spalle, lo ama con tenerezza infinita, lo restituisce alla gioia di vivere. Il mondo è pieno gente semplice, umile, comune, che ha compiuto opere meravigliose con naturalezza, ignara di essere santa. In questi giorni di convalescenza ho letto la vita di don Olinto Marella, conosciuto come il “santo mendicante”. Era nato a Pellestrina, un’isola della laguna veneziana nel 1882 ed era giunto a Bologna nel 1924 per le tormentate vicende della sua vita sacerdotale. Nel 1909, infatti, il Vescovo di Chioggia lo aveva sospeso a divinis, perché sospettato di modernismo. Il Cardinale Arcivescovo di Bologna Nasalli Rocca gli tolse la sospensione e lo accolse nel clero diocesano nel 1925. Così don Marella si stabilì nella città e vi rimase fino alla morte, avvenuta 50 anni fa, il 6 settembre 1969.

Qui cominciò il suo apostolato fra i più poveri, nella periferia, soprattutto nelle case popolari. Trasformò in piccole cappelle alcune cantine dei palazzoni e ospitò nel suo appartamento dieci bambini orfani. Ben presto divenne per tutti “Padre Marella”, per la sua paternità esercitata sul campo. Si è fatto conoscere in città fermandosi a fare la questua, proprio come un mendicante, agli angoli delle strade del Centro, davanti ai luoghi di spettacolo, frequentati dalla Bologna-bene, con il suo celebre cappello rovesciato, che come per miracolo a fine giornata era pieno di denaro. Era un fine intellettuale, un professore, aveva insegnato per anni nei prestigiosi licei classici cittadini, e non si vergognava di chiedere l’elemosina per i suoi “ragazzi”, bambini, adolescenti orfani, poveri, disadattati, che lo chiamavano “padre”.

Aveva costruito una “città”, un insieme di case e di laboratori per l’avviamento al lavoro, la scuola, la formazione, il calore umano. Un milite ignoto della fede. Con l’esempio ripeté la stessa parola di Gesù: “Chiunque si rivolga a me è una creatura da amare. Non mi interessa il passato dei miei ragazzi, mi interessa il loro futuro. Non mi preoccupo solo di sfamarli e di vestirli, ma di cercare le loro particolari attitudini, farli studiare, dar loro un mestiere, renderli capaci di affrontare la vita, ridare loro il calore dell’amore”. Anche la vicenda di Via Rubattino a Milano, dei nostri giorni, brilla di luce profetica. Se ne parla poco, perché – purtroppo – fanno scalpore solo le notizie negative, ma è straordinaria. Il 9 novembre 2009 Florina vedeva la cartella di sua figlia distrutta dalle ruspe. Quella del fratello maggiore, invece, l’aveva salvata la maestra. Alla sera la famiglia era disperata sotto i piloni della tangenziale est di Milano: qualche coperta veniva distribuita dalla Comunità di S. Egidio insieme ad alcuni genitori delle scuole. All’alba era arrivato l’esercito e aveva sgomberato i 400 rom dalla baraccopoli di Via Rubattino. Erano gli anni della “caccia al rom”, in cui i politici vantavano il traguardo di 500 sgomberi. Una di queste mattine di novembre, esattamente 10 anni dopo, Florina si è svegliata in una casa della periferia sud di Milano, è andata all’albergo a due passi dal Duomo, dove lavora come cameriera, mentre il marito fa il saldatore. Alla domenica vanno come volontari in un istituto di anziani del quartiere Corvetto. Quella di Florina è solo una delle 73 famiglie passate dalle baracche di Via Rubattino alla casa.

“È finito il tempo dei topi e delle ruspe”, dice con soddisfazione. In tutti questi nuclei almeno un adulto lavora, i ragazzi frequentano la scuola con regolarità. La vicenda di Via Rubattino rappresenta uno dei più significativi percorsi di integrazione di rom in Italia – anche se le ferite del passato rimangono – , realizzato interamente da volontari, uniti in una catena di solidarietà. Lo sgombero del 2009 fu una svolta per Milano, perché provocò una reazione inaspettata: insegnanti, cittadini, genitori dei compagni di classe aprirono le porte di casa per dare ospitalità, si mobilitarono per raccogliere coperte e pasti caldi. I rom non erano più gli “zingari”, una categoria infida e minacciosa, ma erano diventati “il mio alunno”, “il compagno di classe di mia figlia”, Florina, Adrian, Cristina. “La risposta della città – tuonò il Cardinale Tettamanzi – non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive”. Quei legami, costruiti all’uscita di scuola, ma anche distribuendo una coperta sotto il pilone della tangenziale, non sono mai terminati. Continuano ancora. L’amicizia fa miracoli e la solidarietà è contagiosa. Via Rubattino ci insegna a non lasciarci soffocare dalla paura e dalla rassegnazione, ci fa scoprire la bellezza di vivere gli uni insieme agli altri, ci dice che i piccoli gesti assomigliano alle opere di Gesù, costruiscono un mondo migliore, fanno passare dalla morte alla vita. E tutti li possono fare.

don Franco Colombini 

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