Sotto il Campanile 10 Maggio 2026

Pubblicato giorno 10 maggio 2026 - Avvisi, In home page, NOTIZIARIO

 

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10 Maggio 2026

VI domenica di Pasqua

Un anno con Papa Leone XIV

 

Papa Leone XIV ha celebrato l’8 maggio 2026 il primo anniversario dell’elezione al Soglio petrino. Dodici mesi scanditi da udienze, incontri, messaggi, da due grandi viaggi in Medio Oriente e in Africa, dal Concistoro con il Collegio dei cardinali, da ritocchi e rinnovamenti nella Curia romana, da un impegno per la pace declinato in vigorosi appelli e in un lavoro diplomatico “dietro le quinte”. Per questa pace – «disarmata e disarmante» come l’ha definita quell’8 maggio, con un’espressione divenuta cifra del pontificato – Papa Leone XIV ha pronunciato lungo quest’anno appelli vigorosi: dal «Mai più la guerra!» nel primo Regina Caeli, al dito puntato contro i signori della guerra le cui mani «grondano sangue» nella Messa della domenica delle Palme (29 marzo), fino alla denuncia di chi è «asservito» alla morte «per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio», espressa nella Veglia di preghiera a San Pietro l’11 aprile. Per la pace, Leone ha incontrato i rappresentanti di Hezbollah in Libano, ha ricevuto i presidenti di Palestina e Israele, Abbas ed Herzog, per ribadire con entrambi l’urgenza del cessate il fuoco a Gaza e della soluzione dei due Stati, ha avuto colloqui telefonici con diversi leader di nazioni in guerra, incluso il presidente russo Vladimir Putin che nel precedente pontificato di Papa Francesco non aveva mostrato alcuno spiraglio di interlocuzione.  Leone XIV per la pace ha dato impulso ad un lavoro diplomatico forse poco visibile al grande pubblico e ai riflettori dei media, ma funzionale alla nobile causa del bene dei popoli, obiettivo primario della Chiesa. Ci sono stati appelli, anche veloci, ma sempre mirati a interpellare i “grandi del mondo” perché «facciano finire la guerra» e lavorino per la pace «non con le armi» bensì «con il dialogo», oppure a stimolare un’azione di popolo, come quando, all’indomani dell’attacco Usa all’Iran, ha esortato i connazionali statunitensi «a cercare come comunicare con i “congressisti”, con le autorità, per dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace!». Un’azione senza precedenti che ha stimolato la reazione dell’amministrazione degli Stati Uniti con il presidente Donald Trump arrivato a criticare aspramente il Pontefice proprio nel giorno in cui lui si imbarcava per l’Algeria, meta insieme a Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, del viaggio apostolico finora più lungo (13-23 aprile). A queste critiche il Papa, sollecitato dai giornalisti in aereo, non ha replicato ma ha risposto ricordando il suo ruolo e la sua missione: quella di «pastore» e non di «politico». Quindi «nessun dibattito» con Trump, né «paura» di eventuali attacchi da quella amministrazione, ma solo la missione di annunciare il «messaggio del Vangelo» di cui purtroppo alcuni oggi abusano. Parole ribadite di recente di nuovo a Castel Gandolfo: «La Chiesa annuncia il Vangelo, predica la pace. Se qualcuno vuole criticarmi, lo faccia con verità».

E ancora, suppliche e invocazioni sull’equa distribuzione delle risorse e lo sviluppo integrale nell’Angola irrorata di petrolio e ricolma di giacimenti di diamanti dove, tuttavia, il 50% della popolazione vive in povertà assoluta. Spunti e spinte perché il Continente possa camminare a testa alta verso quel futuro di cui i suoi popoli hanno «fame». Un viaggio, quello africano, ricco di immagini e parole. Un viaggio che Leone desiderava compiere dall’inizio del pontificato, ma che ha rimandato per dare priorità alla promessa e al desiderio del predecessore Francesco. E cioè di recarsi in Türkiye per vivere a Íznik, l’attuale Nicea, le celebrazioni del 1700 anniversario del Concilio e poi volare in Libano a dare una carezza a gente sfiancata da guerra, crisi, povertà, emigrazioni e immigrazioni.

Anche quello un pellegrinaggio – dal 27 novembre al 2 dicembre – che ha rinvigorito il cammino ecumenico, con i molteplici incontri con il patriarca Bartolomeo, e ha offerto occasioni di dialogo coi leader di altre religioni e regalato preziosi fotogrammi. Tra questi, il Papa in preghiera silenziosa davanti alla devastazione del porto di Beirut, teatro dell’esplosione del 2020, o il Papa immerso nell’abbraccio collettivo di 15 mila giovani libanesi. Di giovani che ha incontrati anche nell’Anno Santo durante il Giubileo dedicato alla gioventù, il 28 luglio-3 agosto. Protagonisti oltre un milione di ragazzi e ragazze di diverse età e provenienza che hanno affollato le strade di Roma per giorni, riversandosi poi a Tor Vergata per la veglia e la Messa con il Successore di Pietro.

E dialogo è forse la parola che maggiormente è ricorsa in discorsi, omelie, saluti e riflessioni in questo primo anno di pontificato. Dialogo come chiave per aprire ogni porta chiusa, ponte per superare ogni muro. Lo ha invocato il Papa, il dialogo, anche all’interno della Chiesa per uscire da quelle «polarizzazioni» che creano ferite nel corpo ecclesiale. Dodici mesi, dunque, di segni e orientamenti, con alcune direttrici già evidenti come la centralità della missione, l’attenzione alle periferie, la diplomazia attiva sui conflitti. I prossimi renderanno evidente l’impronta del pontificato, con anche la pubblicazione della prima enciclica e gli altri viaggi internazionali.

DON FULVIO