Sotto il Campanile 16 maggio 2021

Pubblicato giorno 14 maggio 2021 - Avvisi, NOTIZIARIO

 

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VII DOMENICA di PASQUA
16 Maggio 2021 – Foglio n. 151
Padre Santo, custodiscili nel tuo nome (Gv 17, 11)

“Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo” (Gv 17, 18). La Chiesa è missionaria. Gesù la invia tra le genti per testimoniare con la vita quello che ha visto e udito. “Il Verbo si è fatto carne ed ha posto la sua dimora in mezzo a noi “ (Gv 1, 14). Il Padre “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16). È venuto a cercarci. Ci ha amato fino alla croce. È risorto e su ogni strada accompagna il cammino dell’umanità. Il suo Spirito ci rende nuove creature, figli, fratelli. Libera dal male, spegne l’odio, disarma gli animi, riempie di amore. I discepoli di Gesù si vogliono bene, lodano Dio in spirito e verità, ascoltano la sua Parola, spezzano il Pane della vita. Stanno in mezzo alla gente con la gioia nel cuore. Si fanno dono, compagnia, amicizia, sacrificio. Portano libertà e pace. Lottano per la giustizia. Rompono le catene inique. Condividono quello che possiedono. Accolgono senza giudicare e condannare. Non hanno nemici. Superano le divisioni con il perdono e la riconciliazione. Stendono la mano per curare, accolgono i viandanti, danno rifugio ai poveri. Come buoni samaritani soccorrono i più fragili e raggiungono chi rimane indietro. Sono voce di chi non ha voce. La Chiesa è il segno della presenza di Gesù Risorto. Il Regno che opera in mezzo a noi e fa nuove tutte le cose.

Il Papa San Leone Magno in uno dei suoi famosi Discorsi – il Dodicesimo – scriveva: “È Lui, il Figlio di Dio, che, eliminando ogni discriminazione di popoli e radunando tutti da ogni nazione, forma di tante pecorelle un solo gregge santo. … Sebbene infatti egli dica particolarmente a Pietro: “Pasci le mie pecorelle” (Gv 21, 17), nondimeno tutta l’attività dei pastori è guidata e sorretta da Lui solo, il Signore. È Lui che, con pascoli ubertosi e ridenti, nutre tutti coloro che vengono a questa Pietra. Cosicché innumerevoli pecorelle, fortificate dalla sovrabbondanza dell’amore, non esitano ad affrontare la morte per la causa del loro Pastore, come egli, il buon Pastore, si è degnato di dare la propria vita per le stesse pecorelle.”

Una di queste è Nadia De Munari, la volontaria vicentina, di Schio, uccisa a Chimbote nei giorni scorsi. Dei suoi 50 anni più di metà li ha passati a servizio dei poveri. All’inizio l’Ecuador, poi le Ande peruviane, al cospetto della magnifica Cordillera Blanca. L’ultima stagione della vita l’ha spesa in quella strana città, dove nessun turista osa avventurarsi, una baraccopoli senza regole, pericolosa, cresciuta a dismisura con l’arrivo continuo di disperati in cerca di fortuna. “Se vuoi, ci vado io”, disse facendo suo il grido d’aiuto del Vescovo Bambaren, desideroso di aprire una casa per offrire accoglienza e aiuto fraterno.
“Vado io”, fu l’ultima parola pronunciata da Padre Daniele Badiali la sera in cui – era il marzo 1997 – il suo rapitore fermò la jeep, sulla quale era a bordo con altri otto amici. Padre Daniele bloccò la ragazza destinata a essere presa in ostaggio, dicendo: “Tu rimani. Vado io!”. Ho pregato in ginocchio sotto la croce, sul ciglio di uno stretto sentiero delle Ande, che ricorda il sacrificio di Daniele. Un martire della carità. Come Giulio Rocca, ucciso dai terroristi di Sendero Luminoso nel 1992. Era stato trasformato dalla vicinanza di Padre Ugo, il fondatore dell’Operazione Mato Grosso, e dalla vita con i poveri, al punto da chiedere di entrare in seminario, lui, che era partito ateo dalla sua Valtellina! Ha lasciato lettere che riecheggiano le parole di Nadia: “Dare via! Dare ai poveri, aiutare gli altri, dando prima le nostre cose e il nostro tempo, poi sempre di più, fino a dare tutto, ma proprio tutto, fino a darsi completamente. Che vuol dire lasciarsi mettere in croce”. Sembra una passione esagerata. Ma a muovere questi “sessantottini del Vangelo” sono gli stessi ideali che scuotono le migliori energie dei martiri della fede e dei testimoni della carità. È Gesù, “il quale pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Filip 2, 6-8).
Quando Nadia disse il suo sì, era a Chambara, sulle Ande. Aveva un asilo e tante maestre. Avrebbe potuto farseli bastare. Si è presa in carico sei asili in una baraccopoli di cinquantamila sfollati della miseria, buttandosi nella nuova avventura con entusiasmo, spinta dal desiderio bruciante di spendersi totalmente, senza calcoli né riserve. Offrire un futuro migliore ai figli della strada. Educare i più piccoli all’umanità. Insegnare a vivere in un modo più buono. Nonostante i propri limiti. Non per sete di gloria o voglia di strafare. Consapevole che la carità può dare fastidio ai potenti e a chi detiene il monopolio della violenza. Ma l’amore non si ferma. Va fino in fondo. Come ha fatto Gesù.

Picchiato e gambizzato. Padre Christian Carlassare, vicentino di 43 anni, vescovo eletto comboniano di Rumbek, in Sud Sudan, è stato vittima di un attacco feroce negli stessi giorni in cui Nadia perse la vita. Non volevano ucciderlo. Lo hanno ferito alle gambe. Ma hanno colpito pesante. Un messaggio intimidatorio in piena regola. Un avvertimento preoccupante in un Paese che non riesce a trovare pace. Rumbek è la capitale dell’etnia Dinka, nemica storica dell’etnia Nuer, presso cui, nella diocesi di Malakal, Padre Christian aveva operato per molto tempo. Non a tutti piacque la nomina di un vescovo che aveva amato e servito l’etnia rivale! “Sospetto che qualcuno abbia commissionato questo gesto. Mi sento di perdonare, come perdono chi li ha spinti a comportarsi così. … Io sto prendendo forza di giorno in giorno e tutto andrà per il meglio. Tornerò a camminare e continuerò il mio servizio missionario come prima”. Una vita spesa per gli ultimi del mondo. Un seme di pace in una terra massacrata dalla violenza.

Alcuni giorni fa un amico di lunga data Fratel Beppe Gaido, medico missionario a Matiri, in Kenya, ha scritto parole molte belle e intense. Invidiabili. “L’Africa mi ha cambiato profondamente in questi anni che inesorabilmente passano e mi incanutiscono i capelli e la barba. Mi ha cambiato come persona, ma anche come medico. Direi che l’Africa è stata la mia salvezza: mi ha salvato da una vita, forse più comoda e sicura, ma certamente più piatta ed anonima. … Stando qui ho compreso che la felicità la trovi nella condivisione, nella donazione e nella dedizione ai poveri e ai sofferenti … È una sensazione profonda e più difficile da descrivere, uno stato di mente e del cuore, una pace interiore che puoi provare anche quando non hai voglia di ridere o quando magari piangi per una sconfitta nella lotta quotidiana tra la vita e la morte. L’Africa mi ha cambiato e mi ha insegnato dove cercare la felicità! Ora la cerco nel dono di me stesso, nel servizio incondizionato e continuativo, nel tentativo di dare sempre il massimo fino al sacrificio della vita. Ha una solida base evangelica, perché ti senti di aver dato tutto e di essere per questo uno dei servi buoni e fedeli del Vangelo”.
Il 12 aprile 2019 Papa Francesco, ricevendo a Roma i leader politici del Sud Sudan, si inginocchiò a baciare i loro piedi, incitandoli a intraprendere un cammino di pace. Un gesto che colpì e lasciò sbigottiti. Ma questa è la Chiesa più bella. È quello che ha fatto Gesù e che ripetono i suoi discepoli in ogni parte del mondo.

don Franco Colombini

 

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