Sotto il Campanile 17 marzo 2019

Pubblicato giorno 16 marzo 2019 - Avvisi, NOTIZIARIO

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Domenica II di Quaresima 17 Marzo 2019 –  Foglio n. 65

Non si ottengono i fiori piantando le spine

La seconda domenica di Quaresima è conosciuta come la “Domenica della Samaritana”. La vicenda è nota. Un giorno Gesù, stanco per il viaggio, si fermò al pozzo di Sicar a riposare. Si avvicinò una donna ad attingere acqua. Era infelice. Il cuore arido. La passione spenta. Le delusioni tante e dolorose. Eppure continuava a sperare. Cercava qualcosa che potesse colorarle la vita, darle senso, valore, gioia, gusto. Voleva essere felice. Gesù non la deluse. Con la pacatezza e la pazienza della parola, la portò nella parte più profonda del cuore, nella libertà dell’animo, dove nascono i grandi sogni, che finiscono spesso su strade sbagliate e senza ritorno. Gesù ne aprì una nuova. Spalancò il suo sguardo alla meraviglia del  “dono di Dio” (Gv 4, 10).

Fece scaturire in lei “una sorgente d’acqua viva che zampilla per la vita eterna” (Gv 4, 14).

Le ha voluto bene e l’Amore ha reso grande la sua esistenza. Pensando all’incontro di Gesù con la donna samaritana, mi è venuto alla mente la storia di Tom Ballard, l’alpinista disperso con Daniele Nardi fra le cime del Nanga Parbat, in Pakistan. Sono convinto che dietro quella avventura ci sia la presenza della madre Alison Jane Hargreaves, la prima donna ad arrivare in cima all’Everest senza ossigeno. Una mamma fuoriclasse, che amava sfidare le vette, se stessa, mentre gli altri stavano a guardare, sorridevano, scuotevano la testa. Giovanissima nel 1988 scalò la parete Nord dell’Eiger, la più difficile, con un bambino di sei mesi nel grembo. Quel figlio nella pancia era Tom. Ancora piccolissimo, vedeva sua madre partire per remote mete e rincasare felice, vittoriosa. Fino al giorno in cui non fece più ritorno dal K2. Il suo corpo è ancora là, fra ghiacci e nevi, che non si sciolgono mai. Tom aveva sei anni. Nell’alpinismo c’è qualcosa di grande, che va oltre se stesso. Il richiamo dell’Infinito. Il tentativo di raggiungerlo e perdersi in esso. La sfida è con le vette inarrivabili, con vertiginosi dirupi e rocce scabre, dove volano solo le aquile. Lassù, fra quelle maestà di ghiaccio, una persona normale – di pianura o di funivia – sarebbe oppresso dal sentimento d’essere un nulla. Eppure ci sono uomini e donne che si mettono in cammino, partono, osano, affrontano i giganti bianchi, salgono sempre più in alto. A volte non tornano indietro, come Alison Hargreaves, quasi che la montagna, in un incantesimo, l’avesse trattenuta per sempre, custodendola in sè. Chissà se per un bambino la mamma dispersa era una prigioniera d’andare a liberare! Cresciuto, Tom ha continuato la sfida, misurandosi con vette sempre più imponenti e inviolate. A me piace la montagna. Tantissimo. Quando mi capita di raggiungere una cima, non vorrei mai scendere. Mi sento parte dell’Eterno. Credo sia questo ciò che insegue ogni scalatore. In quei silenzi, nella freddezza lunare di rocce mai calpestate, cerca l’Assoluto, il Creatore, Dio, la sua pace. Per me è così.

La storia di Tom, in cima all’Eiger, quando ancora non era nato, mi fa capire quanto sia importante avere alle spalle chi sappia comunicare grandi passioni, come i genitori, gli amici, i preti, gli insegnanti, … . Sento spesso padri e madri lamentarsi dei figli con modesti ideali, scarse ambizioni, poca buona volontà, scadente responsabilità. Adulti ancora in casa. Eterni fidanzati con la paura di sposarsi. Eppure hanno avuto buone scuole ed esempi positivi. Ma lo slancio, la passione per la vita, il desiderio di cose che durino per sempre, l’ambizione di salire in alto, la voglia di cambiare il mondo, non si insegnano con sagge parole, si trasmettono con l’entusiasmo del proprio vivere, con il ritmo del respiro, con il fascino che sale dal cuore. Sono convinto che è stato il ricordo del sorriso con cui la mamma tornava, i suoi racconti alla sera, la gioia con cui si preparava a un’altra impresa ciò che ha spinto Tom a imitarla. A cercarla, forse, tra quei ghiacci da cui non era tornata. A cimentarsi in imprese, che mescolavano coraggio, amore e quella grande sfida segreta, che solo gli uomini delle vette inviolabili conoscono. Tom ha seguito la madre. E la sua storia mi pone una domanda: sono i figli di oggi a mancare di passione e di coraggio o è la generazione dei padri – la prima dell’Italia del benessere – che non ha saputo trasmettere il gusto delle cose grandi? I fiori non nascono dove si seminano le spine. Gesù ha tirato fuori una vita meravigliosa dalla donna Samaritana. Alison ha fatto straordinario l’animo di Tom aprendolo alla sete dell’Infinito. Daniele ha lasciato un testamento commovente al figlio di pochi anni prima di partire: “Mi piacerebbe essere ricordato come un ragazzo che ha provato a fare una cosa incredibile, impossibile, che però non si è arreso, e se non dovessi tornare il messaggio che arriva a mio figlio sia questo: non fermarti, non arrenderti, datti da fare perché il mondo ha bisogno di persone migliori che facciano sì che la pace sia una realtà e non soltanto un’idea … vale la pena farlo”.

Tom e Daniele non torneranno più a casa. I loro corpi sono stati individuati sulla parete rocciosa dello Sperone Mummery del Nanga Parbat, a circa 5900 metri di altezza. Li hanno visti da lontano, irraggiungibili, aggrappati al loro sogno, sulla montagna che li custodirà per sempre. Tanti amici si erano dati da fare a raccogliere fondi per i soccorsi, che adesso non serviranno più. Saranno utilizzati per finanziare scuole e ambulatori a favore dei bambini dei villaggi ai piedi delle grandi montagne pachistane, che i due alpinisti sostenevano da tempo. La loro storia continua. Di vita in vita. “Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo” (Cdc 8, 7a).

don Franco Colombini

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