Sotto il Campanile 24 novembre

Pubblicato giorno 23 novembre 2019 - Avvisi, NOTIZIARIO

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II Domenica di Avvento
24 Novembre 2019 – Foglio n. 88

Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio

La figura austera di Giovanni Battista irrompe oggi come un uragano nella monotonia della vita quotidiana e alza forte la sua voce. Ci invita ad aprire il cuore al Signore che viene. Il nostro non è un tempo qualsiasi.

Dio vuole dare compimento alle sue promesse, si fa presente nella storia, nella Palestina politica, nella nostra terra, e ci offre la sua parola. Non basta il battesimo nelle acque del Giordano, nemmeno servono dure penitenze o pratiche ascetiche severe. Bisogna convertirsi, compiere opere buone, avere un’esistenza autenticamente umana, traboccante d’amo- re. È imminente la venuta del “più forte”, che “battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Lc 3, 15-16).

Accogliere il dono del Signore è decisivo per il futuro. O nascerà un mondo nuovo, unito nella convivenza pacifica e fraterna oppure il male prenderà il sopravvento, seminerà la zizzania, ci metterà gli uni contro gli altri, porterà l’oppressione, la schiavitù, la rovina, la morte.
L’uomo contemporaneo non vuol sentire. È borioso, distratto, superficiale, troppo sicuro di sé e delle sue scoperte, fiducioso nella scienza e nella tecnologia sempre più avanzata, convinto di bastare a se stesso per forgiare il futuro. Non si accorge di aver costruito città violente e di aver smarrito l’orizzonte del bene. Il grido di Giovanni Battista è serio e urgente. Chiama in causa la nostra responsabilità:

“Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! … Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile” (Lc 3, 4.17).

Il mondo è adagiato su una polveriera e prima che sia troppo tardi bisogna disinnescarla, impegnandoci per la pace, la giustizia, la serenità, la benevolenza, l’amicizia, l’accoglienza, calmando le acque burrascose per navigare insieme nei mari aperti della storia.
Mi ha fatto piacere ascoltare i buoni propositi del Presidente del Consiglio il giorno della presentazione del nuovo Governo al Parlamento.

“Io e i miei ministri prendiamo l’impegno a curare le parole, usare un lessico più consono e rispettoso delle persone, della diversità delle idee. Ci impegniamo ad essere pazienti anche nel linguaggio, misurandolo sull’esigenza della comprensione; la lingua del governo sarà una lingua mite, perché siamo consapevoli che la forza della nostra azione non si misurerà con l’arroganza delle nostre parole”.

Ascoltandole, ho avuto un sussulto di speranza. Fosse vero! Poter dire basta alla neolingua sguaiata, che da anni domina la comunicazione della politica, avvelenando il tessuto sociale. Quel misto di parole gridate, di slogan, vuoti e ripetuti con ossessività da stalkers, di accuse e insulti. Basta con i messaggi trasportati dai social come un fiume in piena, in cui ciascuno butta il suo sasso, senza pensare alle conseguenze. È ora di farla finita con l’autoinquadrarsi nello smartphone e dare il fiato alle viscere, ritenendosi autorizzati a riversare qualunque discorso con il cinismo di possedere la verità e contagiando di frasi stantie la vita comune. La forma è sostanza. Il modo, il tono, il rispetto sono segno dell’alta considerazione dell’altro. Una rinnovata volontà di bene, di vita, di costruzione potrà alimentare la solida volontà di un Paese nuovo. Rappacificato. Industrioso. Fraterno.
Da poco è stato ricordato il trentennale anniversario della caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989), simbolo della divisione ideologica dell’Europa e del mondo intero. “Dove c’è un muro c’è chiusura dei cuori. Servono ponti e non muri”. Ricordo che proprio quest’ultima parola, già detta da Papa Wojtyla, stava su un grande striscione nella piazza centrale di Betlemme. Noi siamo degli inguaribili smemorati e la storia non è stata maestra per tanti Paesi, che in questi anni hanno continuato a erigere barriere, dimenticando l’insegnamento del Vangelo, che traccia una strada per andare oltre le guerre e costruire fraternità.

“Gesù infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione, che li divideva, cioè l’inimicizia per mezzo della sua carne” (Ef, 2,14).

Ed ora penso al prete cattolico armeno di Qamishli Padre Hovsep, a suo padre Abraham Petyoyan, trucidati nella Siria del Nord-Est, ai nostri tre soldati, che sono rimasti gravemente ferite in Iraq, dove erano impegnati in una missione di pace, per uno scopo umanitario, a Federico, entusiasta di proteggere i deboli nei paesi poveri a rischio di guerra. Sono passati anni e il terrorismo non cessa di regnare brutale, continua a spargere la paura, a colpire i buoni. Nello spirito dei nostri militari, che accettano di andare in missioni ad altissimo rischio per il bene di tutti, c’è un’alta disposizione al sacrificio nel nome di una nuova Patria che è l’umanità. Nella quale è compresa anche quella fetta d’irriducibili sanguinari – gli attentatori – che non sono nemici dello Stato o dell’Europa o dell’Occidente, ma dell’umanità. Non so se un giorno capiranno queste cose. Forse no, ma i loro figli sì. La convivenza fraterna, l’aiuto, il sostegno reciproco, la volontà determinata di combattere i mali del mondo sono la strada maestra da percorrere, perché i popoli si uniscano in un unico abbraccio. È l’utopia dei profeti, che vedono il futuro con l’occhio di Dio e lo costruiscono donando la vita.

don Franco Colombini

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