Sotto il Campanile 26 maggio 2019

Pubblicato giorno 25 maggio 2019 - Avvisi, NOTIZIARIO

 

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VI Domenica di Pasqua

26 Maggio 2019 – Foglio n. 75
“Tu sei sacerdote per sempre” (Eb 7, 17)

 
La chiamata di Paolo, la Lettera agli Ebrei, “lo Spirito della verità” (Gv 16, 13) promesso da Gesù mi riportano alla mia vocazione e al dono del sacerdozio, che ho ricevuto 45 anni fa, l’8 giugno 1974. Eravamo un drappello di 39 giovani – io avevo 24 anni – , affascinati da Gesù, entusiasti, innamorati del Vangelo, convinti di cambiare il mondo con l’amore del Risorto. In Seminario contavamo i mesi e i giorni. Non vedevamo l’ora di “essere mandati nel mondo”, nelle parrocchie, a prenderci cura degli uomini e delle donne, che il Buon Pastore ci avrebbe affidato. Una infinita compassione nell’anima ci spingeva verso i poveri, i piccoli, i delusi, le persone rovinate dalla vita, distrutte dal male, … . Il grido dell’umanità ferita, inquieta, disorientata ci rendeva impazienti. Volevamo raggiungerla il più in fretta possibile. Erano gli anni della droga, della contestazione sessantottina, degli happy, dei movimenti operai. Le violente manifestazioni di piazza, i primi sequestri di persona, le morti di uomini eccellenti al servizio dello Stato erano in contraddizione con chi cantava: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Il vento del cambiamento soffiava forte e annunciava la nascita di un nuovo mondo. Era in arrivo un terremoto sociale. Lo sentivamo, come una donna incinta, quando sta per partorire. Nell’euforia dei nostri 20 anni la fede ci buttava dentro nella mischia, ci faceva scendere in campo disposti a tutto, a giocarci la vita fino alla croce, felici di abbracciarla, perché “la misura dell’amore è amare senza misura”. Il nostro si annunciava un tempo meraviglioso per essere preti

Il giorno dell’Ordinazione Sacerdotale l’Arcivescovo Cardinale Colombo, imponendoci le mani, ci spronò ad andare nel mondo come “agnelli in mezzo ai lupi” (Mt 10, 16). Sdraiato per terra, affidai la mia umanità a Gesù. Tutto in quel momento mi apparve chiaro. Vidi la sua mano stringere la mia e accompagnarmi dall’infanzia su strade, che lui solo conosceva, fino “alla verità tutta intera” (Gv 16, 13). Mi passavano davanti i volti più cari, tanti preti amici ed educatori, i lunghi anni di studio, i sacrifici dei genitori, i nonni, la comunità dove ero cresciuto, i compagni di classe, … . Ogni incontro è stato una grazia. 

Dovunque Dio mi aspettava, per parlarmi, conquistarmi, mettermi il mondo nel cuore. All’inizio la sua voce fu un sussurro, poi si fece più chiara, inconfondibile, forte, penetrante “come una spada a doppio taglio” (Eb 4, 12). Ora bruciavo dalla voglia di spendermi, di permettere a Gesù di dire ancora a tutti che “non c’è amore più grande di chi per gli amici dà la sua vita” (Gv 15, 13). Ero un dono per il mondo. Mi sentivo pronto. Potevo contare sulla preghiera della comunità. Una forza irresistibile mi attraeva.

Questa passione non si è mai spenta. Dovunque lo Spirito mi ha inviato, ho dato libero sfogo all’amore che mi brucia dentro. San Giuliano Milanese, Poasco, le carceri di San Vittore e Opera, Trezzano s/N … , chissà quali altre sorprese sono presenti nella mente di Dio per me … . Ho rincorso le persone, mi sono fermato dove c’era la malattia, il peccato, la dissoluzione morale. Famiglie divise, penitenziari, ospedali, fabbriche in crisi, case di riposo, stazioni e strade dove barcollavano ragazzi resi zombi dalla droga, … i luoghi del dolore hanno sempre avuto presa su di me. Lì incontravo gli uomini e le donne che Gesù cercava per curare le ferite, consolarli, liberarli, condurli nella comunione di una Chiesa, dove sarebbero stati amati come fratelli. L’ho fatto con gioia. Posso solo balbettare che la bellezza della vita è stata superiore ad ogni sogno. E c’è ancora tanta strada da percorrere.

Ho amato l’oratorio e la parrocchia. È una impresa magnifica far crescere generazioni di adolescenti come figli di Dio, aiutarli a scoprire i segni della propria vocazione, inserirsi nella società, aprirli alle dimensioni del mondo, costruire famiglie stabili, condividere con i genitori la responsabilità dell’educazione, stimolare alla cura della cosa pubblica … . Ho voluto la mia comunità come una casa con la porta sempre aperta, dalla quale partono e tornano strade che raggiungono le periferie umane più distanti. In essa sono di tutti. Non appartengo a me stesso. Niente di ciò che riguarda un mio fratello o una mia sorella mi lascia indifferente. Si cammina! Una Chiesa così è straordinaria! Amare è l’unica cosa per cui vale la pena vivere e morire. L’inferno è orripilante, stomachevole. Svuota, distrugge, annienta. L’ho visto tante volte, dove manca l’amore. Una comunità, dove ci si vuole bene, è un dono inestimabile.
Non sono mancate le ore buie dell’incomprensione, del giudizio, della critica, dell’abbandono, della solitudine, della croce. C’è chi se la prende senza motivo, si allontana arrabbiato, colpisce alle spalle, pronunzia menzogne, lancia calunnie, ferisce … . Sono stati momenti dolorosi e grandi. In essi ho vissuto l’esperienza di Gesù, che, “dopo aver amato i suoi, li amò sino alla fine” (Gv 13, 1). Mi sono ritrovato a dire “sì”, ad abbandonarmi, prendendo sulle spalle il suo stesso legno. La croce è il volto vero dell’amore.

Ora per me ciò che conta è Lui, Gesù. Non più parole. Opere. Preghiera. Silenzio. Servizio. Perdono. Fedeltà. Immolazione. Contemplazione. Con Cristo, per Cristo e in Cristo. Mi inabisso in Dio, nella sua luce, per continuare a servire l’uomo, chiunque esso sia, ed amarlo. Per questo non ho mai conosciuto la tristezza. Sono stati 45 anni straordinari, vissuti tutti di corsa. Come amava dire il Cardinale Colombo, l’Arcivescovo che mi ha ordinato prete: “Il più bello deve venire”. E io ci credo. Perché è sempre stato così.

don Franco Colombini

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