Sotto il Campanile 29 settembre 2019

Pubblicato giorno 27 settembre 2019 - Avvisi, NOTIZIARIO

 

 

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V dopo il Martirio di San Giovanni
29 Settembre 2019 – Foglio n. 80
GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO

L’amore, che Gesù ci propone, non esclude nessuno, nemmeno i nemici. Invita a vincere il male con il bene. Chiede di farsi prossimo e manifestare l’infinita misericordia di Dio.
Nella Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato Papa Francesco rivolge alla Chiesa un vibrante appello ad “accogliere, proteggere, promuovere, integrare” chi è costretto a lasciare la propria terra alla ricerca di un domani migliore. “I migranti, e specialmente quelli più vulnerabili, ci aiutano a leggere i segni dei tempi. Attraverso di loro il Signore ci chiama a una conversione, a liberarci dagli esclusivismi, dall’indifferenza e dalla cultura dello scarto. Attraverso di loro il Signore ci invita a riappropriarci della nostra vita cristiana nella sua interezza e a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione, alla costruzione di un mondo sempre più rispondente al progetto di Dio”.
Oggi voglio parlarvi di Khalif, un bambino di 9 anni. Nelle sua storia riecheggiano le speranze e i sogni che tanti uomini e donne inseguono in ogni parte del mondo tra mille ostacoli e difficoltà.
“Vado in Europa”. Con questa pazzia nel cuore Khalif si è messo a camminare da solo, lasciandosi alle spalle madre e padre, facendosi inghiottire dal deserto, senza paura, né mai voltarsi indietro. Noi adulti dell’Occidente senza navigatore ci sentiamo sperduti anche nel mezzo di una metropoli affollata. Il viaggio di Khalif, cittadino del Mali, iniziò un anno fa, quando di anni ne aveva otto. “Vado in Europa, perché voglio studiare e lavorare”, ha detto a se stesso, prima che agli altri, ma cos’era questa Europa nemmeno lo sapeva. Come l’America dei nostri nonni, l’Europa di Khalif doveva essere la fine di ogni tribolazione, il luogo in cui si mangia tutti i giorni, si beve acqua pulita, la gente non si uccide per strada, i piccoli vanno a scuola e non a fare il soldato, se stai male ti curano e un posto all’ospedale lo trovi.

“Studiare e lavorare”. È stata questa la benzina che lo ha fatto marciare per un anno, tra gli stenti, il lavoro forzato per pagarsi il viaggio, le botte, i ricatti, la prigione. Gli ultimi mesi li ha passati in Libia, l’inferno sulla terra, finché una notte ha avuto il suo angolino su un gommone e ha affrontato il mare nero …
A salvarlo è stata la “Mare Jonio”, ormai nota come “la nave dei bambini”, tanti ne portava a bordo. “Quando sarò in Europa potrò mandare i soldi ai miei genitori”, ha spiegato a chi lo interrogava, prima di essere sbarcato dai soccorritori della Guardia Costiera sulla spiaggia di Lampedusa. “Hai qualcuno ad aspettarti in Italia o in altri Paesi?”. “Non ho nessuno. Farò tutto da solo”. Che paura può fare un continente intero, pur sconosciuto e poco accogliente, quando a nove anni si è già attraversato il Sahara e la sfida con il mare è stata vinta? Anche i tre giorni di stallo sulla nave in balia dei cavalloni, aspettando che l’Italia permettesse il trasbordo dei piccoli, sarà stato poco più di un inciampo, solo l’ultimo in ordine di tempo. Nel suo futuro c’è ben altri cui pensare. “Farò tutto da solo. Non ho nessuno che mi aspetti”.

Invece Khalif ha scatenato una gara di solidarietà. Ha smosso tanti cuori, dove pietà e compassione non hanno mai smesso di abitare. “Sono una mamma di tre bambini. Da questo momento Khalif ha qualcuno che lo aspetta in Italia. Io e la mia famiglia abbiamo il desiderio di ospitarlo. Mi ha impressionato molto la sua storia, perché i miei figli sono coetanei di Khalif. Ho provato ad immaginare questo bambino che attraversa l’Africa da solo ed ho pensato ai miei figli, che io non mando neanche a prendere il pane dall’altra parte della strada, per paura che capiti loro qualcosa”.
Il calore di una casa, una sedia in più attorno al tavolo, un quarto letto … , basta poco a scaldare la vita di un bambino, che la povertà e la miseria hanno fatto crescere troppo in fretta, rubandogli gli anni spensierati dell’infanzia, i giochi con gli amici, le carezze di mamma e papà.
Khalif ancora non lo sa, ma sono in tanti ad attenderlo in questa Italia, che sarà pure litigiosa, confusa, allo sbando, ma ancora capace di allargare le braccia di fronte a un bambino uscito dal mare, per stringerlo in un abbraccio pieno di affetto e dargli l’opportunità di essere felice.
“Ora chiamerò mamma e papà, saranno fieri di me”, dice esausto. Dopo un anno si permette di tornare bambino. E, finalmente, per la prima volta piange.

don Franco Colombini

 

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