Sotto il Campanile 7 giugno

Pubblicato giorno 5 giugno 2020 - Avvisi, NOTIZIARIO

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Domenica 7 Giugno 2020

I miei primi dieci anni

10 anni. Qualche tempo fa un bambino, guardando delle foto, ha detto che non assomiglio al ragazzo che fu ordinato dal Cardinal Tettamanzi il 12 Giugno 2010. Sono cambiate tante cose: i capelli, la pancia, qualche ruga. Ma forse, quello che sento essere realmente cambiato parecchio in questo periodo è il modo di pensare al mio “essere sacerdote”. Dopo 7 anni di seminario, la settimana prima dell’ordinazione, durante gli esercizi spirituali, pensavo a quale sarebbe stato il futuro e ho pensato a tante cose. A distanza di 10 anni posso affermare che le mie “aspettative” sono piacevolmente cambiate. Le comunità, nelle quali sono andato, hanno inciso profondamente sul mio essere uomo e quindi il mio essere prete. In questi anni, tra Gorgonzola e Trezzano ho incontrato tanti volti, tante storie, tante sorprese, consolazioni, tante cose che in qualche modo hanno plasmato il mio modo di vedere le cose.
Ogni classe di ordinazione ha un suo motto, il nostro è: NELLE TUE MANI E’ LA MIA VITA (Sal. 15) in mezzo a tutti questi cambiamenti direi che l’unica cosa, l’unico faro che non è mai cambiato è proprio questo affidamento, la certezza di sapere che la mia vita è nelle Sue mani. Sulle ali di questa certezza non c’è nulla che spaventi, né pandemie, né cambi di Parrocchie, né delusioni educative. Perchè so di essere nelle sue mani.

Don Emiliano


SS. TRINITÀ
07 Giugno 2020 – Foglio n. 116
Preti così. Un augurio per don Emiliano

La domenica della Santissima Trinità ricorda a noi sacerdoti ambrosiani la prima Messa, celebrata nella comunità in festa del paese, dove siamo cresciuti. Musiche, festoni, popolo, coscritti, bambini della scuola Materna e della prima Comunione, ragazzi del catechismo, giovani, adolescenti dell’Oratorio, amici, parenti, Sindaco, banda … , quel giorno non manca nessuno, perché il prete è l’uomo di tutti. Così è avvenuto per don Emiliano il 13 giugno 2010. Dieci anni fa.

In occasione del decennio gli auguri sono d’obbligo per continuare sulla via tracciata da Gesù. La storia di ogni vocazione è costellata da tanti passaggi, che portano alla decisione definitiva. Voglio ricordarne due della mia vita. Non sono tra i più importanti, ma hanno lasciato un segno.

Nel 1967, dopo il terzo anno di Liceo, passai le vacanze a Massimo Visconti sulle colline del Lago Maggiore. C’era tanta quiete in quel luogo, pace, silenzio, un posto ideale per ascoltare la voce di Dio. Facevo lunghe passeggiate in montagna e sul lago. La casa, che mi ospitava, era l’ultima del paese. Da lì partiva il sentiero che portava nei boschi e sulle cime, inerpicandosi tra pascoli e prati.
Al mattino sotto un’alta quercia, in un prato appena fuori casa, leggevo le meditazioni di don Primo Mazzolari: “Preti così”. Quelle letture mi infervoravano. Trovavo in quelle pagine un sacerdote calato nel tempo, in dialogo con il mondo, con un amore appassionato a Gesù e alla Chiesa, che bruciava dalla voglia di stare con la gente, difendere la dignità e i diritti dei poveri, incontrare i lontani in un anelito missionario. Li cercava, li desiderava, li inseguiva, spinto da una passione straripante. Incarnava alla grande il motto di San Francesco di Sales, fatto proprio da don Bosco: “Da mihi animas, cetera tolle” (“Dammi la gente, le anime, le persone, poi prenditi pure tutto il resto”). Questo ardore non mi ha mai lasciato. Da allora ho desiderato anch’io essere “prete così”.

Nell’incontro con i quaresimalisti del 17 febbraio 1972 Paolo VI parlò del prete con accenti entusiasti, che mi colpirono. Entrarono in me, prendendomi in pieno. Disse: “Egli, il sacerdote-apostolo, è il teste della fede, egli è il missionario del Vangelo, egli è il profeta della speranza, egli è il centro di promozione e di recapito della comunità, egli è il costruttore della Chiesa di Cristo, fondata su Pietro. È il pastore del popolo di Dio, è l’operaio della carità, il tutore degli orfani e dei piccoli, l’avvocato dei poveri, il consolatore dei sofferenti, il padre delle anime, il confidente, il consigliere, la guida, l’amico per tutti, l’uomo per gli altri e, se occorre, l’eroe volontario e silenzioso”.
Mi piacque quanto il Papa aveva affermato. Percepivo nelle sue parole l’esperienza del prete Montini, che parlava di sé col cuore traboccante di gioia. In quel momento non era un maestro, ma un testimone, perché il prete lo si fa così. E mi convinse. Ero studente del terzo anno di Teologia.

Commentando quelle parole in un’omelia del mattino, il Rettore don Attilio Nicora – poi Vescovo e Cardinale – ci disse con tono paterno, quasi profetico: “Il prete è un uomo di fuoco, un segno di fuoco del Regno di Dio”. Non l’ho mai scordato. Me lo ripeto nei momenti di stanchezza e delusione, che nella vita del prete non mancano mai. Nell’intimità con chi mi ha chiamato trovo conforto. Mi accorgo che la strada percorsa è un incendio d’amore, inestinguibile. Lo Spirito brucia i cuori. La sua presenza riaccende il fuoco della passione e la storia riprende più bella di prima. È il mio augurio per don Emiliano. Il parroco al suo coadiutore.

don Franco Colombini

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